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giovedì 10 gennaio 2008

Islam in Europa: la Carta


Se integrarsi pacificamente nelle società europee è un dovere, quello di costruire moschee e portare i propri abiti tradizionali è un diritto. Per la prima volta la società civile musulmana del nostro continente prova a parlare con una sola voce ad una vasta platea mediatica, rigettando qualsiasi forma di terrorismo, provando ad incollare tutte le sue anime e cercando di spiegarsi, a sé stessa e all'esterno.

Ma anche dicendo su quali punti non è disposta a cedere, come l'annacquamento della propria identità. Lo fa con la "Carta dei Musulmani d'Europa", un documento appoggiato dai maggiori organi religiosi islamici che sarà firmato oggi pomeriggio a Bruxelles da 400 associazioni musulmane provenienti da tutti i paesi dell'Unione europea e dalla Russia. Un documento che per volontà della Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa, l'anima dell'iniziativa, in futuro potrà essere firmato anche dalle associazioni cristiane.

Si tratta di sei pagine in cui si parla alle persone di fede islamica e al mondo esterno con l'obiettivo di rimuovere "i preguidizi e l'immagine negativa che si frappongono tra Islam e occidente". Ecco perché la prima parte del decalogo fornisce una rappresentazione dell'Islam ad uso e consumo dei suoi credenti e degli altri cittadini europei ben lontana dalle derive estremistiche: no al terrorismo, all'interpretazione violenta della Jihad e parità tra uomo e donna.

Con queste premesse la Carta chiede "il riconoscimento dei musulmani come comunità religiosa europea", ricordando che una mutua accettazione fondata sul dialogo e la conoscenza reciproca giova alla pace, al benessere delle nostre società e aiuta a rimuovere "estremismo ed esclusione". Due concetti accostati volontariamente, visto che proprio la ghettizzazione (imposta o voluta) delle comunità islamiche porta alla violenza. Un male da sconfiggere, così come la spaccatura tra le diverse etnie musulmane e le varie scuole islamiche presenti nel Vecchio Continente che, è uno dei messaggi chiave, devono "unirsi" per il bene proprio e degli altri. Guardando all'esterno e forti di questa unione, le associazioni esortano al rispetto delle leggi e delle autorità.

D'altra parte, il messaggio è espresso con grande chiarezza, i musulmani credono nella "neutralità dello Stato". Con un corollario non da poco: "Ciò significa agire in modo imparziale con tutte le religioni e permettere loro di esprimere i loro valori e il loro credo: per questo i musulmani hanno il diritto di costruire moschee e istituti religiosi, di praticare all'interno delle attività di ogni giorno la loro religione, anche nell'alimentazione e nel vestire". Un principio inviolabile bilanciato dall'esortazione ad essere "cittadini attivi e produttivi" e ad "integrarsi positivamente". Il tutto, però, preservando "l'identità musulmana", in quanto qualsiasi forma di integrazione che nega questo postulato "non serve l'interesse dei musulmani e della società".

Per scrivere la carta, spiega Farid El Machaud, portavoce della Lega per i musulmani in Belgio, ci sono voluti otto anni, anche perché dopo l'11 settembre tutto è diventato più difficile; innanzitutto in quanto le associazioni hanno dovuto fare i conti con il terrorismo islamico di provenienza europea, un fenomeno fino ad allora sconosciuto. Ma proprio dopo gli attentati che hanno scosso il mondo il documento vuole essere "una risposta a chi dice che i musulmani non fanno sentire la loro voce: si tratta di un passaggio storico perché per la prima volta i musulmani in Europa danno un'interpretazione comune sull'Islam". Per capirsi tra loro e farsi capire da chi vive nella casa accanto. Un tentativo non da poco.

sabato 22 dicembre 2007

Il risultato di Bali per l'ambiente


È stato un compromesso sofferto, che ha rischiato più volte di abortire. Ma alla fine la conferenza Onu di Bali ha partorito un accordo per negoziare «prima possibile e non più tardi dell’aprile del 2008» la prima fase del protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. L’obiettivo è quello di arrivare entro la fine del 2009 a un nuovo piano di contrasto al riscaldamento terrestre.

Braccio di ferro Usa-Ue
L’intesa è giunta con il via libera degli Stati Uniti, in linea di principio contrari alla definizione di vincoli obbligatori sulle emissioni di gas serra. Gli Usa hanno così messo fine al loro braccio di ferro con l’Unione Europea, che spingeva per la riduzione delle emissioni del 25-40% entro il 2020: vincoli ritenuti inaccettabili da Washington. Il piano adottato oggi, in realtà, non fa alcun riferimento ad obiettivi specifici per la riduzione dei gas a effetto serra, ma rinvia alla relazione del gruppo di esperti sull’evoluzione del clima, che dovrebbe suggerire il livello di riduzione necessario. Una soluzione che, alla fine di un lungo tira e molla, è stata accettata anche dall’Ue.

La soddisfazione di Ban ki-moon
Nella sostanza, i partecipanti della conferenza di Bali si sono messi d’accordo per lanciare nuovi negoziati per il dopo Kyoto, in considerazione della scadenza del "vecchio" protocollo nel 2012. Il protocollo di Kyoto, che gli Stati Uniti non hanno ratificato, obbliga 36 paesi industrializzati a ridurre entro il 2012 le loro emissioni di gas a effetto serra del 5% rispetto ai livelli del 1990. Il segretario generale dell’Onu, Ban ki-moon, ha ringraziato gli Stati Uniti per la loro flessibilità. «Mi sento incoraggiato (dall’intesa, ndr) ed ho apprezzato lo spirito di flessibilità della delegazione americana e degli altri partecipanti più importanti», ha detto il leader delle Nazioni Unite.

Le lacrime di de Boer
Il ministro francese per l’Ecologia, Jean-Louis Borloo, da parte sua si è detto soddisfatto per l’intesa raggiunta. «È stata difficile ottenere l’impegno di tutti», ha commentato. «L’accordo permette agli Stati Uniti di unirsi a noi e questo è essenziale». Il segretario della Convenzione internazionale sui cambiamenti climatici, che organizza i summit annuali sul clima, e quindi anche questo di Bali, Yvo de Boer, ha pianto nella sessione plenaria davanti a ministri e delegati. Era stato accusato duramente da Cina e India per aver aperto la plenaria mentre era in corso un confronto tra i paesi in via di sviluppo del gruppo G77&Cina. «Non lo sapevo», si è scusato in lacrime De Boer, dinanzi al segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e del presidente della repubblica dell’Indonesia, giunto al summit questa mattina. De Boer ha lasciato la sala con la voce strozzata.

domenica 9 dicembre 2007

Mugabe, il male dell'Africa


E il caso Mugabe alla fine è deflagrato al vertice della Ue con i Paesi africani: Angela Merkel ha attaccato direttamente e pubblicamente il presidente dello Zimbabwe per la sistematica violazione dei diritti umani, che fa di lui il primo dei 131 personaggi che non possono entrare nella Ue. "Tutta l'Europa unita ha la stessa visione" ha detto la cancelliera tedesca, ed è che "lei rovina l'immagine della nuova Africa".

Le spine però non si fermano al capo dell'ex-Rhodesia britannica. IL presidente della Commissione dell'Unione africana Alpha Oumar Konaré, del Mali, ha denunciato il "forcing" degli europei nei negoziati su nuovi accordi commerciali fra la Ue e i Paesi dell'ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) e ha accusato la Commissione Ue di stipulare accordi con piccoli gruppi o singoli Stati dell'ACP. "Rivendichaimo di avere tutto il tempo per decidere di farlo collettivamente per non impoverire le nostre popolazioni e non ripetere quel che è successo in un'altra epoca" ha detto, evocando il colonialismo.

Valerie Amos, origini giamaicane, mandata dal governo inglese il cui premier Gordon Brown ha rifiutato di essere presente per non incontrare Mugabe, lo ha giustificato dicendo che media fra il dittatore e i suoi oppositori.
Mugabe ha ascoltato impassibile. "Angela Merkel ha parlato per tutta la Ue", ha commentato lo svedese Fredrik Reinfeldt. "Io spero che questa atmosfera di cooperazione riesca anche a far sorgere una mediazione su questo tema" ha sdrammatizzato Romano Prodi. L'Italia ha stanziato 40 milioni di euro alla Ua per aiutare gli sforzi di pace e di ricostruzione nel continente africano.

Il premier italiano ha avuto parole conciliati anche per un altro dei leader più osservati, Gheddafi, che venerdì aveva attaccato all'università di Lisbona le potenze coloniali, l'imperialismo, l'Onu. "Oggi ha fatto un discorso molto più tollerante. - ha commenato Prodi".
E il colonello libico ha avuto una plateale stretta di mano da Nicolas Sarkozy, che la prossima settimana lo riceve a Parigi fra polemiche. "Sono felice del suo arrivo".
Intanto fuori la polizia teneva lontani, separati gruppetti di seguaci di Mugabe, di Gheddafi, che hanno gareggiato a chi arrivava ultimo al vertice, e di attivisti dei diritti umani.